di Donato Moneti
1a edizione Aprile 2026 - Bossura grecata e fresata, copertina rigida, formato A5, 100 pagine.
A cura di: Giada Moneti
Ideatore e produttore del progetto editoriale: Andrea Moneti
Fotografie: © 2026 Andrea Moneti
Per info e richieste: andrea@andreamonetifotografie.com
di Andrea Moneti
«Donato è mio babbo. Questi sono i suoi ricordi, battuti a macchina su fogli bianchi, con quella cura precisa che aveva in tutto. Li aveva poi fotocopiati e racchiusi in una cartellina verde, di quelle con le alette interne e l’elastico che chiude piano, come a proteggere qualcosa di prezioso. Credo li abbia scritti quando era già in pensione, verso il 1991-92. Erano gli anni in cui si era iscritto ai corsi dell’Università della Terza Età a Firenze: non tanto per riempire il tempo quanto per curiosità, per quel bisogno di capire e di scoprire che non l’ha mai abbandonato.Mi diceva spesso che avrebbe voluto imparare altre lingue. Gli piaceva l’idea di poter parlare con chiunque, di aprirsi al mondo anche solo con le parole.
Donato era il sesto di sette figli: Primetta, Gabriella, Giovanna, Gino, Donato, Dina, e Mara (Tina). Una famiglia numerosa, come usava a quei tempi. Suo babbo, Pasquale, e la mamma, Elisabetta, erano originari di Bibbiena nel Casentino — una verde vallata della provincia di Arezzo, attraversata dal fiume Arno che lì è ancora giovane, largo appena una decina di metri nei punti più ampi, alimentato dai suoi affluenti — Archiano, Corsalone — e torrenti che scendono veloci dai monti del Falterona e del Pratomagno, tra boschi e castagneti. Allora le acque erano limpide, tanto che si pescavano le trote e i cavedani con una semplice canna di sette metri.
Chiusa tra i monti che la separano dalla Romagna, con la presenza de La Verna e del suo celebre santuario francescano, la valle del Casentino si è salvata da quell’ondata di urbanizzazione frettolosa e invadente che altrove ha cancellato silenzi e paesaggi. Non la attraversano grandi strade, né la servono rapidi mezzi di comunicazione.
Verso Firenze corre la statale della Consuma, tortuosa, percorsa da autobus lenti, furgoni e autotreni che spesso formano lunghe file di auto impossibilitate a sorpassare.
Un altro valico verso il Mugello è quello della Croce ai Mori, meno trafficato e più appartato, una strada di crinale che si arrampica tra boschi fitti e curve strette, usata soprattutto da chi conosce bene la montagna e accetta tempi più lunghi in cambio di silenzio e paesaggio.
Verso la Romagna, invece, si sale attraverso il passo dei Mandrioli e della Calla che collegano la valle al Parco delle Foreste Casentinesi. Strade che serpeggiano tra boschi e crinali, offrendo scorci di grande bellezza ma anche la misura del suo antico isolamento.
Verso Arezzo c’è un’altra via, meno sinuosa ma più lunga: i tempi di percorrenza da Firenze si equivalgono. C’era poi un trenino (a scartamento ridotto e non elettrificato), con una motrice e due carrozze, che faceva la spola tra Arezzo e Pratovecchio. Procedeva con calma e, quando passava, chiudeva i passaggi a livello, allora manovrati a mano, con tempi d’attesa che nessuno sapeva prevedere.
In questa bella valle, seppur difficile e appartata, si è formata una comunità tenace, divisa da antiche rivalità tra paesi più grandi — Bibbiena, Poppi, Soci, Pratovecchio — e i più piccoli borghi vicini che un tempo si raggiungevano solo a piedi, dopo ore di cammino. Contadini, artigiani e tuttofare: gente abituata ad arrangiarsi e a rimboccarsi le maniche, cordiale e legata al proprio paese. Un legame che si è fatto ancora più profondo per chi, negli anni successivi, ha dovuto lasciare la valle per cercare lavoro altrove, nelle città più grandi. Era frequente, riconoscendo una comune provenienza, salutarsi con calore: bastava nominare il paese d’origine perché subito si cercassero parentele, conoscenze, legami anche lontani. Succedeva spesso anche tra chi, dal Casentino, si era trasferito per lavoro: un cognome, un accento, bastavano a far riaffiorare il senso di casa. Ma sempre con un certo pudore, quasi a scusarsi per essersene andati, come se l’aver lasciato la valle fosse stato un gesto necessario ma non del tutto innocente.
Le attività industriali in Casentino erano poche e marginali, concentrate soprattutto nella piana di Soci e intorno al grande cementificio SACCI del Corsalone. Ormai dismesso da decenni, è ancora lì: una sorta di cattedrale nel deserto che da più di vent’anni aspetta la demolizione e la riqualificazione dell’area, annunciate più volte ma mai iniziate. Lì e in alcune ditte circostanti poteva trovare impiego chi non voleva, o non poteva, trasferirsi altrove. Mio babbo, quando tornava da Firenze a trovare parenti e amici, esprimeva preoccupazione per la pericolosità delle condizioni in cui questi operai lavoravano. A quel tempo non si conoscevano ancora approfonditamente i rischi legati alle polveri di amianto e in molti lo maneggiavano a mani nude, all’aperto, tra cumuli lasciati al vento. Le case vicine e le automobili, mi diceva, erano coperte da una patina bianca, sottile come farina. Se ne rammaricava profondamente: aveva provato a farlo notare ma gli veniva risposto che quello era il lavoro, non c’era alternativa. Mi raccontava queste cose con amarezza e rimpianto, spesso mentre andavamo insieme al cimitero a trovare i nostri cari. Lì ritrovava anche quei tanti amici stroncati da malattie inevitabili, il triste epilogo di ignoranza o negligenza.
E sempre lì sei voluto tornare anche tu, accanto ai tuoi genitori e ai compagni di una vita, nella terra che sentivi tua e che ti apriva il cuore ogni volta che il profilo di Bibbiena compariva lungo la strada.
Ricordo che questi stessi racconti ce li narravi anche a voce ogni volta che ci vedevamo, con il tuo modo pacato di raccontare: seduto sulla tua poltrona, gli occhi semichiusi, come a rivedere alcune immagini nella mente, prima di descrivercele. Col passare degli anni ti ritrovavi spesso a ripetere le stesse storie e mi accorgevo che, ogni volta, il racconto si faceva un po’ più essenziale. I fatti restavano ma i particolari si assottigliavano, sostituiti da un gesto della mano, da un sorriso, da un verso: come se la parola cedesse il posto al ricordo puro. All’inizio pensavo fosse un modo per non ripetersi. Poi ho capito che era il naturale logorarsi della memoria, che piano piano sfuma i contorni senza cancellare l’essenza. Questi sono i ricordi che hai scelto di fissare, perché non svanissero.
E io solo adesso, a quattro anni dalla tua scomparsa, sono riuscito a leggerli per intero e a riportarli per scritto, fermandomi più volte, sopraffatto dall’emozione di ritrovare, in ogni parola, la tua voce. Solo rileggendoli ho capito — troppo tardi — che il tuo carattere si è formato attraverso l’esperienza della privazione. Per chi, come me, ha sempre vissuto senza conoscere la fame, quella vera, e con un tetto sicuro sopra la testa, è difficile comprendere fino in fondo il valore che davi alle cose, alle persone, alla vita stessa. Tu avevi sperimentato la mancanza e per questo sapevi apprezzare la pienezza: la famiglia che cresceva, i figli, i nipoti, la casa costruita giorno dopo giorno, senza più paura.
Sei sempre stato gentile nei rapporti con gli altri, rispettoso e disponibile, e per questo stimato da tutti i tuoi colleghi. Quando andasti in pensione, al rinfresco organizzato per salutarti si presentò un numero straordinario di persone: erano venuti in tanti, più di quanto ti aspettassi! Ricordavi quel giorno con un sorriso pieno d’orgoglio, felice di aver lasciato un buon ricordo di te come uomo, prima ancora che come collega. «A Donato da Bibbiena, con il cuore sempre in pena…» Così iniziava la dedica sulla grande pergamena, piena di firme, che i colleghi ti regalarono in quell’occasione. A me dicevi che i colleghi non avevano trovato un’altra parola che facesse rima con Bibbiena (“non avevo il cuore in pena!”, dicevi ridendo) e che, dopo un attimo di esitazione, l’avevi accettata con il tuo solito sorriso un po’ ironico. In realtà era proprio parte del tuo carattere essere sempre preoccupato per qualcosa o per qualcuno e hai sempre aiutato chiunque ne avesse avuto bisogno, standogli vicino senza chiedere nulla in cambio.
Ti costò molto allontanarti dal tuo paese, e oggi che viaggiare è diventato normale, che si coprono distanze enormi in poche ore e ci si collega istantaneamente con il mondo intero può sembrare poca cosa, ma allora era un viaggio andare in città, lontano dai familiari, senza aiuti, tutto da costruire da zero.
Nel 2021 ci hai lasciato, per quel terribile binomio Covid/Alzheimer, e per un crudele scherzo del destino eri da solo, proprio tu che hai fatto tanto per gli altri….ma avevi fatto in tempo a lasciarci scritto il desiderio di ritornare a Bibbiena, l’amore verso le tue tre adorate nipoti ma soprattutto - come anche ci ripetevi spesso - che eri orgoglioso di averci lasciato qualcosa perché non avevi mai ricevuto nulla e di aver costruito la tua vita da solo, passo dopo passo. Caro babbo, quel qualcosa è molto più dei risparmi di una vita, è l’integrità morale e l’esempio che hai donato e, vedi, il nome che dicevi sempre di non amare in realtà ti ha rappresentato completamente.
Avrei voluto somigliarti di più, avere un po’ della tua forza e del tuo carattere. Ma — per mia fortuna — sono cresciuto senza le privazioni che tu hai dovuto affrontare. Quelle poche mancanze che abbiamo conosciuto erano solo assenza di lusso, mai del necessario.
Il tuo racconto dello sfollamento è oggi più attuale che mai. Risuona nel presente, davanti agli orrori della guerra e alle sofferenze di popoli che ancora subiscono violenza e privazione. Le tue parole ci ricordano quanto la storia, se dimenticata, sappia ripetersi con altri nomi e in altri luoghi.
Molti altri sarebbero i racconti che ci hai narrato a voce, anche se la nostra memoria, purtroppo, li lascia via via affievolire. Uno, però, voglio ricordarlo: la tua passione per le scarpe. Ci raccontavi che da bambino avevi ricevuto un paio di scarpe nuove — un evento raro, quasi straordinario! — ma non riuscivi a portarle perché troppo strette. La nonna Elisabetta riuscì a recuperare i soldi spesi organizzando una piccola lotteria, vendendo i biglietti alle famiglie del paese, e il fortunato vincitore se le aggiudicò. Forse fu da lì forse che nacque questo tuo rituale: ogni volta che tornavamo a Bibbiena dovevi per forza passare dal negozio di scarpe di Gino Rossi, il tuo vecchio amico d’infanzia — che ti accoglieva come se il tempo non fosse mai passato. Anche se non ce n’era un vero bisogno, la scusa – peraltro vera – era che acquistare da lui era più economico rispetto ai negozi fiorentini; ma, in realtà, l’acquisto era un pretesto per rivedere un conoscente, chiacchierare, tornando a scambiarsi per un momento i ricordi condivisi dell’infanzia. All’acquisto di numerose paia di scarpe seguiva immancabilmente una lunga trattativa sul prezzo: un gioco fatto di battute, offerte e controfferte che io, da ragazzo, osservavo con un po’ di imbarazzo e molta curiosità. Alla fine il prezzo concordato era sempre molto più basso di quello iniziale — con il finto rammarico di Gino e la tua compiaciuta soddisfazione.
tuo figlio Andrea Firenze, Novembre 2025»